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Il “caporalato” diverrà reato in Italia

03 Set

Nel caotico dibattito che sta accompagnando l’iter della nuova manovra economica, fra i numerosi nodi ancora da sciogliere e il susseguirsi di ipotesi, proposte e controproposte, c’è un provvedimento che è perlopiù sfuggito alle luci dei riflettori mediatici: la definizione del reato di “caporalato”.

Con il decreto legge approvato il 13 agosto viene, infatti, introdotto un nuovo articolo nel codice penale italiano (603-bis) che disciplina il reato di “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.

Sono passati ormai quasi due anni da quando la rivolta dei braccianti di Rosarno ha portato alla luce, in maniera violenta e drammatica, la realtà del cosiddetto “caporalato”, un fenomeno che intreccia le fila della criminalità organizzata con quelle dello sfruttamento dell’attività lavorativa e che si annida sopratutto nel settore agricolo ed edilizio. Sono moltissime le vittime del ricatto dei “caporali”, intermediari illegali che in cambio di una percentuale sul compenso pattuito offrono un lavoro irregolare, sottopagato, insicuro, degradante e privo di qualsiasi forma di tutela.

Proprio alla luce delle vicende di Rosarno, in questi anni i sindacati italiani hanno lanciato diverse campagne di informazione e sensibilizzazione per sollecitare il Parlamento italiano ad approvare una legge che riconosca il caporalato come reato in quanto tale e preveda pene e sanzioni adeguate alla gravità sociale ed economica di questo crimine.

Anche grazie alla spinta di queste iniziative il mese scorso è stato presentato al Senato un disegno di legge sul caporalato, che ha ottenuto un sostegno bipartisan con la sottoscrizione da parte di 30 senatori di tutti gli schieramenti politici.

La manovra attualmente in discussione sembra recepire gli aspetti sostanziali di questo disegno, stabilendo che “chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessita’ dei lavoratori, è punito con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato”.

Sebbene alcuni osservatori sottolineino la necessità di rafforzare ulteriormente questo provvedimento, si tratta senza dubbio di un importante passo avanti per garantire la dignità e i diritti fondamentali di quei lavoratori che ancora oggi in tutta Italia sono costretti a lavorare in condizioni “disumane”.

Come specificato nel testo della manovra queste gravi forme di sfruttamento comportano: una retribuzione dei lavoratori difforme rispetto ai contratti collettivi nazionali o comunque sproporzionata rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato; la violazione della normativa vigente rispetto a orario di lavoro, riposo settimanale, aspettativa obbligatoria, ferie; la presenza di violazioni in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, e di pericoli per la salute, la sicurezza o l’incolumità personale dei lavoratori; la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, metodi di sorveglianza, o a situazioni alloggiative particolarmente degradanti.

Spesso le vittime del caporalato appartengono alle categorie più vulnerabili di lavoratori, come i migranti e le donne, e proprio a causa della loro vulnerabilità si trovano intrappolate in situazioni di sfruttamento che a volte possono sconfinare nella schiavitù.

Sebbene secondo la definizione dell’ILO il lavoro forzato preveda la presenza di due elementi fondamentali, ossia la minaccia di una pena e la non volontarietà, oggi, continuano a proliferare forme di coercizione più subdole e molte persone si ritrovano coinvolte in situazioni di lavoro forzato a loro insaputa, a causa di una frode o di un inganno, scoprendo solo successivamente che non sono libere di abbandonare il proprio lavoro.

A questo proposito nell’ultimo Rapporto globale sul lavoro forzato, “The Cost of Coercion”, l’ILO sottolinea come “per evitare l’espansione del lavoro forzato e della tratta, i governi devono dedicare la stessa attenzione che prestano alla crisi dei mercati finanziari anche alla crisi dei mercati del lavoro”. In particolare, i governi “devono riempire le lacune legislative, a volte causate dalla deregolamentazione, che ha permesso ad alcuni imprenditori e intermediari del mercato del lavoro di trarre profitti sostanziali e ingiusti” e al contempo devono “aiutare i magistrati e le forze dell’ordine ad identificare i comportamenti criminosi di lavoro forzato nell’economia privata e a prevedere, di conseguenza, sanzioni adeguate”.

L’auspicio è, quindi, che l’articolo previsto dalla manovra venga approvato a grandissima maggioranza, anche l’ILO non potrà che prenderne atto con grande soddisfazione.

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