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Fisici italiani: poveri ma bravi

23 Set

La scuola del nostro Paese vanta ancora l’eccellenza. Peccato però che manchino totalmente i fondi per la ricerca, pubblica e privata. E che otto ragazzi su dieci siano costretti ad emigrare

Dalle colline torinesi il panorama è mozzafiato: nelle giornate di primavera, se il cielo è terso, oltre la guglia della Mole si stagliano le cime delle Alpi. Godere di questo panorama non è da tutti: ma per Santo Fortunato, research leader della Fondazione Isi (l’Istituto per l’interscambio scientifico) con sede a Villa Gualino, poco fuori città, è solo uno dei tanti vantaggi che comporta l’essere rientrati in Italia. Classe 1971, una laurea in Fisica delle particelle all’Università di Catania, un’esperienza a Bielefeld, in Germania, due anni negli Usa, all’Università dell’Indiana, Fortunato è rientrato in Italia nel 2007, folgorato sulla via di Damasco dalla fisica dei sistemi complessi, per studiare il comportamento collettivo degli elettori, che agiscono in modo prevedibile come fossero particelle atomiche. Insomma, dalla fisica classica alla fisica dei sistemi sociali ed economici, una scelta obbligata. “Quello delle reti complesse è un ambito nuovo ed estremamente promettente, anche perché ha delle ricadute immediate sulla vita della società”. E conquistare finanziamenti è più facile. Così, senza rimpianti, Fortunato ha accettato l’offerta torinese e si è rimesso sui libri.

Bravo, a riconvertirsi. Ma anche solido. Perché ben piantato nella grande tradizione della fisica italiana, una disciplina nella quale siamo tra i migliori: notizia di ieri è che la metà dei premi assegnati quest’anno dalla European Physical Society ai dieci migliori fisici europei è arrivata in Italia: Luciano Maiani (già presidente del Cnr), l’astrofisico Paolo De Bernardis, Davide Gaiotto che studia le supersimmetrie nel mondo naturale, il giovane cosmologo Paolo Creminelli e l’altrettanto giovane fisico delle alte energie Andrea Rizzi. Non solo: a guidare la prestigiosa società europea sarà ora la bolognese dell’Infn Luisa Cifarelli, eletta presidente Eps.

E tutto questo non certo per merito dei governi che soldi non ne hanno mai dispensati. “La nostra scuola è ancora molto forte”, conferma Roberto Petronzio, ordinario di Fisica Teorica presso l’Università di Tor Vergata a Roma e presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare: “Basti pensare che i coordinatori dei quattro principali esperimenti di Lhc, l’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra, sono tutti italiani. Dunque la grande tradizione non si è interrotta. Ma se le condizioni non dovessero cambiare, i giovani potrebbero perdere interesse nei confronti di questo settore”.

A preoccupare sono ovviamente gli inesistenti investimenti pubblici uniti all’assenza, unica in Europa, di grandi investimenti industriali. Ma i più bravi i soldi vanno a cercarseli dove ci sono. Come ha fatto Fabio Franchini, 35 anni, fisico teorico della Sissa di Trieste, che si è aggiudicato 300 mila euro dalla Commissione europea per la sua attività di ricerca sul fenomeno della conduzione elettrica. Non solo: Franchini è così bravo che in questi giorni prenderà servizio al Massachusetts Institute of Technology dove per due anni farà ricerca per poi rientrare e completare il progetto di ricerca alla Sissa. I soldi Franchini se li è trovati e di certo è stato bravo. Lui tornerà. Ma non va così per tutti.

Secondo i dati del consorzio interuniversitario AlmaLaurea, infatti, i fisici hanno la percentuale più elevata di emigrazione: otto ragazzi su cento partono alla volta di Stati Uniti, Francia, Germania, Inghilterra, contro il 4,5 per cento del resto delle discipline. Lo conferma Tommaso Maccacaro, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Brera: “I nostri ragazzi se ne vanno per mancanza di opportunità: con il blocco del turn over, per cinque ricercatori che vanno in pensione, solo uno può aspirare a un posto”. Così, più di quanto accada in altre discipline, questi ragazzi dalla formazione di ferro e dal curriculum decisamente appetibile, decidono di lasciarsi l’Italia alle spalle.
Non tutti, ovviamente. Quelli che restano, però, devono riporre nel cassetto i sogni accademici e darsi da fare. Cercando un impiego nell’industria, nella finanza, nelle assicurazioni, nelle banche. Oppure facendo fruttare quella caratteristica che i fisici si ripetono come un mantra: noi siamo quelli che risolvono problemi. Dunque accettando ruoli manageriali e organizzativi nei settori più disparati.

di Elisa Manacorda

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