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La maternità al tempo del precariato

19 Feb
Donna alle prese con la maternità, il lavoro e lo stress quotidiano.
Immagine da:www.google.com
La maternità è una naturale e biologica fase della vita di una donna. Non è un handicap, non è un torto. E’  l’inizio dell’evoluzione della specie.
La maternità al tempo della precariato è un lusso, un problema, un intralcio, un’ipotesi di licenziamento (o di non assunzione se la donna è nell’età considerata idonea per la riproduzione). Qual è il problema? Il “pericolo” delcongedo di maternità è davvero un deterrente anti-occupazionale? Le puerpere sono davvero “inabili” al lavoro? Le neo mamme perdono davvero le loro competenze professionali in seguito al parto?
Se vi sembrano domande idiote, fermatevi ad ascoltare i pregiudizi che circolano sull’argomento e, se ancora non siete convinti che la maternità al tempo del precariato non sia un problema, guardate le stime di disoccupazione femminile in Italia (attestate intorno al 30% circa) e i numeri delle cause per mobbing riconducibile al post parto.

Le caratteristiche del congedo parentale
Il congedo parentale o congedo di maternità oppure (ex) astensione obbligatoria dal lavoro è quell’insieme di tutele e garanzie stabilite per legge nei confronti delle donne incinte. Si tratta di un periodo di tempo (alcuni mesi) a disposizione della donna, nel quale è possibile (e obbligatorio) lasciare il lavoro per prepararsi al parto e accudire il neonato dopo la nascita. In alcuni casi, come lagravidanza a rischio, è possibile chiedere un’astensione dal lavoro maggiore, su indicazione del medico curante. Le donne incinte non possono svolgere compiti fisicamente pesanti o pericolosi per il feto. La definizione delle tempistiche del congedo di maternità vanno stabilite e comunicate entro il 7° mese di gravidanza al datore di lavoro e all’INPS tramite certificato medico. Entro un mese dalla nascita del bambino va inoltrato ad ambo i soggetti il certificato di nascita e all’Ufficio del Personale per le detrazioni relativi i figli a carico.
Il problema delle truffe all’italiana
Mettiamo subito le carte in tavola. Gli italiani (alcuni più di altri, me ne rendo conto, ma questa mentalità si è, ormai, infiltrata ovunque, più o meno) sono specialisti nel truffare. Come esistono ifalsi invalidi, esistono le false puerpere, i falsi certificati medici di gravidanze a rischio (o simili) ed esistono le donne che decidono di rimanere incinta come se la gravidanza fosse una catena di montaggio  e una cassa integrazione: preservano lo stipendio, ma rimangono a casa. Quindi, da un qual certo punto di vista è comprensibile la diffidenza del datore di lavoro nei confronti dei suoi dipendenti perché è palese che, su dieci, almeno uno tenterà di usufruire di benefici o detrazioni sfruttando amicizie con il medico di base o altri stratagemmi. Il datore di lavoro lo sa anche perché è un fattore culturale e perché, magari, questo “approccio” truffaldino al lavoro, al fisco e al personale fa parte del suo stesso modo di fare, di agire e di pensare. Non nascondiamoci dietro a un dito.
La maternità al tempo del precariato
Maternità e precariato sono due eventi della vita capaci di stravolgere sistemi di valori, necessità, priorità. Non è solo la gravidanza a cambiare le cose. Molta rilevanza ce l’ha anche il pensiero, l’ipotesi che questo lieto evento tocchi la propria vita. Una giovane donna (come potrei essere io o tu o lei) cerca lavoro e sa che prima o poi arriverà “il suo momento”, ovvero quella spinta biologica, naturale verso la maternità. Come si può scegliere di diventare mamma sapendo che questa evenienza potrebbe diventare sinonimo di disoccupazione/status di casalinga, con poche speranze nella reintegrazione nel mondo del lavoro? Molte donne lamentano di aver ricevuto domande inopportune in sede di colloquio proprio riguardo la possibilità di una gravidanza. Queste domande sono state giustificate dalla necessità del datore di lavoro di sapere se la candidata avrebbe causato problemi nel giro di poco con la richiesta del congedo parentale. Molte donne sono state rifiutate a causa della loro età “da marito” (e da figlio) o del loro essere madre. Molte donne si pongono il problema della gravidanza – e scelgono di non avere figli – perché la vita all’interno degli stage gratuiti e dei contratti per due settimane, un mese, tre mesi è sfiancante e non permette alcuna garanzia di futuro o sviluppo, men che meno la creazione di una famiglia. Molte sfidano la sorte oppure sono fortunate e diventano madri ugualmente. La domanda rimane la stessa: si può accettare tutto questo nel 2012? Quali soluzioni potrebbero agevolare una crescita nelle nascite, una migliore stabilità relazionale nella società e uno sviluppo dell’essere umano più appagante ( e la maternità fa parte del bisogno di sviluppo di una donna)?
Problematicità, pregiudizi e banalità
E’ chiaro che un figlio cambia la vita ed è chiaro che una donna con un bambino deve mettere in conto la necessità di assentarsi dal lavoro a causa delle malattie del pargolo. Mi chiedo se sia proprio impossibile pensare a questo fatto naturale come a una sfida per migliorare il mondo del lavoro.
Partendo dal presupposto che il sistema degli asili nido italiani è tragico e che l’accesso agli asili comunali richiede tanto spirito di abnegazione e tanta pazienza, nonché tanti soldi per la retta annuale è possibile sottolineare l’esempio positivo di alcune aziende, Stati esteri e realtà italiane in cui la maternità non è vista come un handicap. Le mamme possono contare su un asilo interno all’azienda oppure su uno spazio con animatori che intrattengono i bambini durante l’orario di lavoro. In una ASL del comune di Roma, le pediatre possono portare i loro figli sul luogo di lavoro perché hanno a disposizione uno spazio ricreativo. I problemi insorgono nel momento in cui al gioco va affiancata l’istruzione, ma esistono molte scuole a tempo parziale o a tempo pieno.
Fra i pregiudizi più duri a morire ve ne è uno abbastanza infamante. Quello che dipinge una retrocessione mentale e professionale della neo mamma. Mi spiego meglio: se una donna è manager, per alcuni la gravidanza è sufficiente perché al suo ritorno lei ricopra ruoli di porta-caffè/pulisci-scrivanie etc.
La gravidanza non è una malattia psichiatrica o neurologica. La maternità è la vita. Così come la realizzazione professionale lo è. Il problema non è nel bambino che verrà. Il problema è nell’incontro di interessi economici non necessariamente contrapposti: l’azienda vuole uno staff efficiente e presente sempre, possibilmente vuole guadagnare sul prodotto e sull’essere umano e vuole incrementare contatti e introiti. Una donna che sceglie la maternità vuole realizzare se stessa, rispondere a un bisogno innato, continuare ad essere riconosciuta e retribuita a seconda della sua professione. Nell’era digitale è facile pensare che certi problemi di organizzazione lavorativa possono essere superati o migliorati grazie alle nuove tecnologie stesse.

Voi che cosa ne pensate? Qual è la vostra esperienza? Come viene affrontata la maternità nella vostra azienda e/o nel vostro settore?

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